Aldo Moro fu realmente protetto…?
Analizzando i punti i quali si è snodata l’azione di contrasto anti-brigatista a livello di apparati, il primo sul quale occorre soffermarsi è quello della prevenzione. A parte l’errore commesso dagli uomini della scorta nel tenere le armi non sufficientemente pronte all’uso, lo Stato forniva protezione adeguata all’onorevole Moro? Oppure egli era stato lasciato nella condizione di bersaglio scarsamente difeso in senso assoluto, sia in confronto ad altri eminenti politici?
C’erano stati segnali premonitori di ciò che sarebbe accaduto in via Fani, tali da indurre a precauzioni che invece non furono assunte?
Per rispondere alla prima domanda, si può cominciare con una circostanza forse poco nota, rivelata alla Commissione Stragi nel 1990 dall’allora Comandante generale dei Carabinieri, Arnaldo Ferrara. Egli dichiarò in audizione che Aldo Moro era stato il primo politico italiano ad usufruire di un servizio di scorta armata, a partire già dal 1962. In secondo luogo, si può ricordare che nel 1978 godevano della protezione anche i figli dello statista. Il dott Zecca, responsabile dei servizi di scorta, informò la Commissione Moro che gli uomini impegnati nella tutela dell’onorevole e dei suoi familiari erano circa una trentina. Sono controverse invece le ragioni per le quali l’automobile messa a disposizione di Aldo Moro non fosse blindata. Tale questione venne approfondita più dalla prima Commissione parlamentare che si occupò della vicenda dalla stragi. La Commissione Moro, dunque, registrò un contrasto. Da un lato Eleonora Moro, la quale sostiene che il marito, dietro le pressanti insistenze , avrebbe richiesto oralmente alle autorità un’auto blindata, senza però ottenerla. Dall’altro, il Ministro dell’Interno Cossiga ed il Presidente del Consiglio Andreotti negarono la circostanza. Il dott Rana, che fu stretto collaboratore della vittima, osservò che “ qualora si fosse deciso di chiedere una macchina blindata, il compito di richiederla sarebbe spettato a lui”, ma che non gli constava che ciò fosse avvenuto. E’ risaputo che in passato alcuni amici avevano manifestato l’intenzione di mettere a disposizione di Moro un’auto nuova con quelle caratteristiche, ma il dotto Freato ( braccio destro di Moro) testimoniò che l’offerta venne rifiutata dallo stesso onorevole, il quale disse che non poteva accettare un tale regalo da privati.
A questo quadro disegnato dalla Commissione Moro, sembra pertinente aggiungere che sia Eleonora Moro che Guerzoni ( segretario di Moro) concordarono sul fatto che lo statista era preoccupato per i suoi cari ( quali furono i segnali di tale preoccupazione?) , più che di se stesso. A detta del suo ex collaboratore, l’uomo politico non aveva “ minimamente pensato che si potesse giungere a quel livello del suo rapimento” . Inoltre l’assenza di documentazione cartacea suscita qualche dubbio sull’importanza attribuita da Aldo Moro alla faccenda, quanto meno. In ogni caso nel corso degli anni ciascuna delle parti è rimasta sulle posizioni iniziali.
Quanto al livello di efficienza del gruppo di uomini incaricati di proteggere la sicurezza dello statista, la Commissione Moro rivelò “ evidenti discrasie tra la rappresentazioni di ineccepibilità del servizio fatte dai responsabili e la situazione reale”. Anche Giovanni Moro, del resto, nel 1999 ha espresso “ dubbi” sul fatto che la personale scrupolosità del maresciallo Leopardi riuscisse a “ tradursi, per ragioni burocratiche e finanziarie, in una preparazione ottimale della scorta”.
A suo tempo, l’inquirente parlamentare si era addentrato in accertamenti riguardanti tra l’alto la ( scarsissima) frequenza delle esercitazioni di tiro compiute dal personale addetto, lo stato di manutenzione ( pessimo) del mitra in loro dotazione, e la prevedibilità degli orari e dei percorsi…( negli ultimi giorni prima del 9 maggio sempre quelli).
Sui primi due fattori, bisogna dire che in linea di principio essi depongono assai negativamente, ma nella sparatoria di via Fani non entrarono in gioco, in quanto solo uno degli uomini di servizio ebbe il tempo di impugnare un’arma ( una pistola, non il mitra), ma venne ucciso quando la sua reazione era appena cominciata. Sugli orari, non è realistico pensare che le esigenze di protezione potessero far premio su quelle di lavoro di un personaggio importante quale Moro. Circa i percorsi, il sistema viario della zona nella quale l’onorevole Moro abitava offriva ben poche alternative. La Commissione parlamentare, comunque, ritenne di poter individuare la causa della insufficiente “ consapevolezza delle cautele da adottare” nella “ particolare consuetudine di rapporto tra il responsabile delle scorte e lo scortato”. Di problemi burocratici e finanziari, insomma nessuna traccia.
Sulla scia del titolo di un famoso romanzo di Garcia Marquez, per il caso Moro si è parlato di <<sequestro annunciato>>. Questo convincimento, benché diffuso, non è tuttavia unanime. Secondo Cossiga, non è vero che fossero pervenute in anticipo”informazioni specifiche relative a possibili equestri di persona”. A giudizio del Presidente Pellegrino, di contro, “ noi possiamo affermare in termini di acquisizioni, di sufficiente certezza” che quello di Moro “ era un sequestro annunciato e che, malgrado ciò, non è stato sventato”
Essenzialmente, in ordine cronologico si tratterebbe di alcuni articoli di stampa di epoca precedente all’evento; un paio di episodi avvenuti in via Savoia, lo studio di Moro , primo dei quali nel novembre del 1977, ed una vera e propria anticipazione del rapimento che sarebbe stata diffusa da Rossellini ( figlio di Roberto il grande regista) la mattina del 16 marzo, circa 45 minuti prima dell’assalto a via Fani, dai microfoni di << Radio Città Futura>>.
Aldo Moro, come si può immaginare, nel corso della sua lunga carriera politica è stato soggetto di numerosi attacchi giornalistici e pubblicistici , anche molto violenti, Nella stragrande maggioranza dei casi, essi appaiono insignificanti ai fini di una previsione di sequestro, anche perché tavolta risalgono a parecchi anni prima. L’unico che sembra imporsi all’attenzione fra tutti, è quello di un noto autore di testi per spettacoli di cabaret, Pier Francesco Pingitore. Il pezzo da lui concepito per il “ Bagaglino” è stato preso in seria considerazione da osservatori e da parlamentari , quali il senatore De Luca e, più ancora dal Presidente della Commissione stragi, senatore Pellegrino.
Questo scritto intitolato “ Dio salvi il Presidente , definito dal suo autore “ satira seriosa”, ironizza sull’imponenza e sulla pomposità del servizio di scorta a disposizione dell’onorevole e della sua consorte, e sulle modalità con le quali esso veniva svolto nelle prime ore del mattino, fornendone una descrizione che, a detta del Sen Pellegrino, corrispondeva proprio ai” due scenari esaminati dalle Brigare rosse durante la fase di preparazione”.
Il Presidente Pellegrino non è rimasto affatto persuaso dell’interpretazione innocente datane da Pingitore, da lui visto come “ uno dei giornalisti e intellettuali vicini alla destra storica e quindi vicino agli apparati”.
Nell’opuscolo di Pingitore, dunque, si legge innanzi tutto che ogni giorno Moro dapprima si recava a messa con la moglie, poi faceva ritorno a casa, ed infine usciva di nuovo, questa volta per i suoi impegni lavorativi e politici. Di preferenza, i coniugi Moro avrebbero assistito alla funzione delle 8.30 nella chiesa di piazza Monte Gaudio, altrimenti, se si fossero trovati in ritardo, all’altra delle 9, nella chiesa di Piazza Giuochi Delfici. Tralasciando particolari di minore importanza, è da notare che, stando all’operetta satirica, Aldo Moro transitava in via Fani solo quando non faceva in tempo per la messa di piazza Monte Gaudio, ed in ogni caso lo faceva in compagnia della moglie e, soprattutto, che quando lo statista, dopo essere rientrato nella propria abitazione, usciva di casa per la seconda volta e senza la sig,ra Eleonora, non passava per via Fani, bensì per via Igea e via della Camilluccia, la seguiva per un breve tratto, poi voltava a sinistra per la ripidissima via De Amicis.
Un itinerario, quest’ultimo, che nel 1978 era impossibile a causa del senso vietato che il convoglio avrebbe incontrato in via della Camilluccia.
Questi rilievi, da soli, dovrebbero bastare per stabilire se la satira ideata per “ Il Bagaglino” possa essere intesa quale indizio di una collaborazione tra Pingitore e le Brigate rosse, oppure no. In più, occorre considerare un dato di ordine cronologico, l’opuscolo satiro non è del 1975 – come si afferma
In “ Segreto di Stato”, forse a causa di un refuso, bensì del 1966, come ha dichiarato Pingitore a correzione della datazione che era stata proposta da Flamigni, il quale nel suo” Convergenze parallele” aveva indicato nel 1968. Nel 1966 ( o nel 1968 se si vuole) le Brigate rosse non erano ancora nate.
5ove05bSun, 04 May 2008 12:34:59 +0000e 3, 2007 alle 3:29 p05
Chi ha ucciso Aldo Moro? Chi sono stati i veri mandanti del suo omicidio? Chi aveva interesse ad abbandonarlo al suo destino? Com’è stato l’operato del Ministero degli interni durante i giorni del sequestro? A questo ed altri interrogativi cercano di dare una risposta Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato (allora Giudice Istruttore che seguì tardivamente le indagini) con il libro DOVEVA MORIRE, edito da Chiarelettere. Essi sostengono che <> Imposimato si spinge a dire che allora <> denunciando la interferenza nelle indagini da parte del Ministro Cossiga <> Il dirigente generale di polizia Guglielmo Carlucci, disse al Giudice di Venezia Carlo Mastelloni: “Sapevamo che le Br avevano in animo di sequestrare un uomo politico importante e la notizia proveniva da Roma e ci pervenne poco prima dl sequestro Moro. Santillo inviò un appunto al capo della polizia, ma proprio in quel periodo Santillo ed io fumo estromessi dalla candidatura al Sisde e dell’informativa e delle conseguenti disposizioni nulla sapemmo più”. Quell’informazione venne deliberatamente tenuta nascosta ai magistrati, prima durante e dopo la strage di via Fani. Andreotti, Zaccagnini e Cossiga hanno sempre sostenuto che Moro non aveva mai fatto cenno a minacce ricevute e non aveva mai manifestato timori di sorta. Al contrario le figlie di Moro:Anna Maria Moro, Agnese e Fida. dicono che sia Aldo Moro che Oreste Leopardi avevano manifestato preoccupazioni e timori di attentati. La vedova Eleonora Moro il 19 luglio 1982 testimoniò in corte di Assise che il marito aveva preso altre precauzioni per la propria sicurezza nonostante che la Democrazia Cristiana non avesse dato ascolto alle sue ripetute richieste di disporre di un’auto blindata. Tra le carte ritrovate c’è anche un appunto del Sismi diretto al Ministero dell’Interno in cui si accenna alle dichiarazioni del caposcorta di Moro su qualcuno che controllava anche in vacanza i movimenti del presidente democristiano, ma i nuclei di polizia gli risposero di lasciar perdere. Agli atti c’è anche la richiesta di un’altra auto di scorta e di un’auto blindata. Ma Cossiga ed Andreotti ha sempre negato di averla mai avuta. Sandro Provvisionato ci ha dichiarato che “Lo stato italiano si nascose dietro la ragione di Stato, in pieno accordo con il Pci e con la sola opposizione di socialisti, radicali e sinistra extraparlamentare. Ciò servì a chi materialmente doveva operare (il ministero dell’Interno) per non fare nulla, ma anzi per ostacolare ogni possibilità di salvare Moro.” Basta ricoradre che il 18 marzo 1978, due giorni dopo la strage di via Fani, i poliziotti bussarono alla porta di via Gradoli, dove vivevano il capo delle br Mario Moretti e la sua compagna Barbara Balzerai. Nessuno rispose e se ne andarono. La base brigatista sarà scoperta 32 giorni dopo il rapimento. La prigione di via Montalcini venne trovata solo nel 1980. Ma l’Ucigos, struttura di servizi alle dirette dipendenze del ministro degli interni, c’era arrivata nel 1978 con le testimonianze degli inquilini rimaste senza esito. Nell’appartamento di Via Monte Nevoso 8 Milano i carabinieri fecero irruzione il 1 ottobre 1978, a ridosso della nomina del generale Dalla Chiesa a capo dei reparti speciali antiterrorismo. Oggi i 9 brigatisti del commando sono quasi tutti in libertà. Per approfondire, oltre a “DOVEVA MORIRE” segnalo “Un affare di Stato” di Andrea Colombo, Eseguendo la sentenza di Giovanni Bianconi, “Abbiamo ucciso Aldo Moro” di Emmanuel Amara,“La foto di Moro” di Marco Belpoliti,“Lettere dal patibolo” di Critica Sociale, “L’affaire Moro” di Leonardo Sciascia e “Moro si poteva salvare” di Folco Accame. Per finire “Se ci fosse luce - I misteri del caso Moro” al teatro dell’Orologio di Roma. In occasione delle annuali commemorazioni del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, per i quali ricorre il Trentennale della morte il 9 maggio 2008, abbiamo intervistato il Sen. Giulio Andreotti: D) Si è detto che Moro fu rapito dalle Brigate Rosse per colpire la D.C. cardine in Italia dello Stato imperialista delle Multinazionali (S.I.M.), mentre il P.C.I. rappresentava non tanto il nemico da attaccare quanto un concorrente da battere. Che idea si fece Lei all’epoca del fatti e cosa ne pensa oggi, con il senno del poi ? R) Che vi fosse una realtà complessa dietro l’operazione di cattura e l’assassinio di Aldo fu unanime la convinzione. E certamente il bersaglio era duplice: DC e PCI. D) Sembra inoltre che nei mesi precedenti il rapimento di Moro le B.R. avessero anche studiato la possibilità di rapire Lei, Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio, ma che poi abbandonarono questa ipotesi perché la protezione della polizia era troppo forte per le loro capacità. Secondo questa ipotesi dunque, era indifferente per le Brigate Rosse rapire Moro o Lei, Presidente Andreotti, l’importante era colpire un simbolo deI potere. Cosa pensa di questa ipotesi e come visse la paura di poter subire un attentato alla sua vita? R) Moro era l’obiettivo sia come esponente politico sia sia come personalità di grande fascino intellettuale. Per questo era più al rischio rispetto a tutti noi. Del resto anche dentro la Dc Aldo aveva una posizione molto accentuata. D) Furono commessi errori nelle ricerche della prigione di Aldo Moro? R) Errori no. Purtroppo non avevamo un apparato di sicurezza di grande spicco. Ma sarebbe stato difficile metterlo in piedi, quando già per quello modesto che avevamo vi era l’accusa di Stato di polizia. D) Cosa fecero realmente lo Stato italiano ed il Vaticano, per liberare Aldo Moro? R)Attivammo tutti i canali possibili (e Mons. Macchi offrì anche un riscatto in danaro). D) Che ruolo ebbero la P2 e le spie dell’ex Unione Sovietica nel rapimento di Aldo Moro? R) Al riguardo vi sono state molte ipotesi e ricerche. Ma nulla di certo emerse. D) Cosa pensa del possibile coinvolgimento della Massoneria nel rapimento? R) Non ho elementi in proposito. Del resto della Massoneria non è che si conosca molto. D) Lei personalmente ha dei rimorsi? R) No. Tutto quello che si poteva fu attivato.